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testimonianze . Gianni Rivera

 


“Non ricordo un momento della mia vita in cui il calcio non ci fosse. Appena ho imparato a stare in piedi, avevo già un pallone tra i piedi. Mio padre mi portava allo stadio di Alessandria e, mentre il mondo sembrava immenso, io vedevo soltanto quella palla che rimbalzava contro un muro. Era il mio gioco, la mia felicità.

Mio padre avrebbe voluto fare il calciatore, ma non ne aveva avuto la possibilità. Forse anche per questo mi ha trasmesso un amore così grande per questo sport. Non mi ha mai imposto un sogno: me lo ha fatto scoprire. E io me ne sono innamorato.

Passavo interi pomeriggi a giocare. Non guardavo l’orologio, non pensavo al futuro, non immaginavo stadi pieni o trofei. Volevo solo rincorrere quel pallone ancora e ancora, fino a quando faceva buio.

Ogni partita era un’avventura, ogni campo era il posto più bello del mondo. Non contava se fosse un cortile, una strada o un prato: bastava una palla e tutto il resto scompariva.

Quando arrivò il momento di esordire in Serie A avevo appena quindici anni. Molti vedevano un ragazzino. Io vedevo soltanto un altro campo da calcio e la possibilità di fare ciò che avevo sempre amato. Non avevo paura. Avevo entusiasmo.

Se oggi mi chiedono dove sia iniziato tutto, la risposta è semplice: è iniziato da un bambino che giocava per il puro piacere di giocare. Perché i sogni più grandi non nascono dalla voglia di diventare famosi. Nascono dall’amore sincero per ciò che fai, un giorno dopo l’altro, con il cuore leggero e gli occhi pieni di meraviglia.”

- Gianni Rivera

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